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Curon Venosta: la memoria sommersa

Nel 1950 la realizzazione del lago artificiale di Resia, in provincia di Bolzano, fece scomparire l’abitato di Curon, ricostruito più a monte. Alcune fotografie raccontano il paese a cavallo di questa vicenda

Una diga a segnare il destino di due paesi
“Giorno dopo giorno la voragine continuava ad espandersi come una chiazza d’olio. I caterpillar e i camion si arrampicavano sulle montagne di terra e sembravano sempre sul punto di rotolare. I manovali erano formiche laboriose che si confondevano con la luce pallida del sole invernale. I campi non c’erano più. Le distese verdeggianti erano scomparse. La terra adesso vomitava solo polvere, sfoggiava le sue pietre farinate e bluastre e non sembrava la stessa su cui crescevano i larici e i ciclamini, su cui avevano brucato indisturbate le mucche e le pecore. Il silenzio fermo delle montagne era sepolto sotto il rumore incessante delle macchine che non si fermavano mai. Nemmeno la sera. Nemmeno la notte.”
(Marco Balzano, Resto qui)

Veduta di Curon Venosta
Nel 2018 Marco Balzano dedica il libro “Resto qui” alla vicenda di Curon Venosta e della costruzione del lago artificiale che unì i due laghi naturali preesistenti e sommerse in parte l’abitato di Resia e completamente quello di Curon.
Nel 2020 è attesa nel palinsesto di Netlifx una serie tv incentrata sulla vicenda.
La storia di Curon, a 70 anni dai fatti, sembra essere ancora al centro dell’attenzione di molti.
In essa si mescolano storie diverse: innanzitutto quella di una terra, il Sudtirolo, ricca di conflitti e lacerazioni. Ai tempi della vicenda, la popolazione locale non parlava l’italiano ma il tedesco.
Sotto il fascismo, in tutta l’area dell’Alto Adige ebbe inizio un processo di italianizzazione forzata.
A questo, nel 1923, si aggiunse la decisione di realizzare la centrale idroelettrica.
L’operazione di costruzione del lago, affidata alla Montecatini, avviata nel 1939 e poi rallentata e sospesa con lo scoppio della guerra, fu vissuta dagli abitanti locali come un affronto alla regione da parte del Governo di Roma, tanto da indurli a chiedere l’aiuto del Papa per scongiurare l’avvio dei lavori.
Ma il loro appello fu inutile: la diga andava costruita, non c’erano ragioni perchè i lavori venissero impediti. Molti gli abitanti che emigrarono, quelli che invece rimasero si dovettero trasferire nei nuovi centri abitati.

La vecchia Curon, da un reportage pubblicato sulle Vie d'Italia nel settembre 1951. Si notino le costruzioni in legno

Un reportage pubblicato sulle Vie d’Italia ricostruisce le operazioni
Il reportage a firma di Giuseppe Vallauri pubblicato sulle Vie d’Italia nell’aprile del 1951 descrive minuziosamente l’operazione di costruzione della diga e, di questa vicenda, mette in secondo piano l’aspetto storico e umano per indagare la vicenda sotto un aspetto più tecnico, legato alle normative adottate in termini di edilizia.
“Situati sulla sponda del lago di Resia, che non sorpassava originariamente la quota 1475, Resia e Curon sono stati progressivamente raggiunti e superati dal nuovo livello. [..] Tale escursione di circa 25 metri ha messo sott’acqua 51 case a Resia e 79 case a Curon.” scrive Vallauri.
Nelle operazioni preventivate dalla Montecatini, vi era anche la ricostruzione degli abitati sommersi e il trasferimento degli abitanti nei nuovi centri.

Il reportage pubblicato sulle Vie d'Italia nell'aprile del 1951

I criteri per le nuove costruzioni
La ricostruzione dei centri abitati, si legge nell’articolo, è stata preceduta da una fase di ricognizione preliminare.
“Già prima del 29 marzo 1949”, si legge nel reportage, “si era proceduto ai rilievi di tutte le costruzioni esistenti, si erano presi contatti con le popolazioni e in particolare si erano svolte con esse apposite trattative. [..] . Il progetto del piano regolatore di Nuova Resia fu eseguito dall’arch. Plattner di Bolzano, mentre sulla scorta delle esigenze di ciascuna famiglia furono rifatti i progetti delle singole case, tenendo conto dei requisiti necessari sia all’economia civile, sia a quella rustica. Fu curata la funzionalità delle nuove costruzioni, assicurando aria e luce abbondante ad ogni vano e disponendo “stube” (stanze di soggiorno o di salotto rustico) e cucina sulla facciata con la migliore esposizione”.

Migliorie previste nel nuovo piano regolatore per quanto riguarda l’igiene delle abitazioni.
“Fu previsto e poi attuato in ogni casa un impianto idraulico con acqua corrente e con possibilità di installazione di una vasca da bagno in un apposito locale. Il rustico è stato disposto aderente al civile, ma separato da un muro con funzione antincendio; le stalle sono state eseguite tutte in battuto di cemento e le concimaie anch’esse in cemento secondo i dettami della tecnica moderna. Nelle costruzioni sono stati abbandonati i solai ed i tetti interamente in legno, quali si trovavano per contro in tutte le vecchie case, e sostituiti con solai prefabbricati in cemento ed in laterizio”.

Case in legno della Vecchia Curon, foto Pedrotti, prima del 1950
Interno di un'abitazione della vecchia Curon, Foto Pedrotti, prima del 1950
Stalla nella vecchia Curon, foto Pedrotti, prima del 1950
Interno di un'abitazione della vecchia Curon, foto Pedrotti, prima del 1950

I nuovi edifici
Per costruire velocemente le nuove case, fu fondamentale l’utilizzo di una muratura in muroblocchi, capace di coibentare gli edifici anche nel caso di temperature molto rigidi, come i – 30° con cui spesso, in inverno, si risvegliavano Curon e Resia. Questo materiale consentiva, inoltre, grande rapidità di costruzione, permettendo di risparmiare 2/3 del tempo necessario con la più diffusa muratura di pietrame.
I solai, inoltre, – si legge nel reportage – vennero tutti prefabbricati, di modo da essere costruiti in contemporanea all’erezione delle case. Il tempo medio stabilito per la costruzione di una casa? 60 giorni.

In questo modo, “nel 1949 la S.I.A., impresa di fiducia della Montecatini, approntò 18 case per complessivi 25 appartamenti [..] con 270 vani utili oltre ai rustici, le stalle, i fienili e le rimesse. Le famiglie trasferite furono 30. [..] Contemporaneamente, fu costruito un acquedotto per il nuovo paese ed entro l’anno tutte le case ebbero l’acqua corrente nelle cucine, nelle lisciaie, nei gabinetti e nelle stalle. Ogni vano ebbe l’illuminazione elettrica, mentre nelle case furono disposte prese di corrente industriale per uso elettrodomestico.

Veduta della nuova Curon, foto Pedrotti, dopo il 1950
Una casa colonica a Curon Venosta, Foto Pedrotti, dopo il 1950

La nuova Curon: un paese che riemerge
Vallauri, nel concludere il suo articolo, sottolinea l’accoglienza positiva dei nuovi abitati da parte della popolazione.
“La rinunzia ai terreni coltivati rimasti sott’acqua”, si legge, “è stata certamente dura per loro, anche se l’indennizzo [..] ha consentito a molti di acquistare in cambio altri terreni più estesi e più fertili, sia in pianura sia in altre valli della regione, specie in Pusteria e Val di Sole, sia infine nella stessa Val Venosta. Ma dalle nuove case, confortate da da una vita più salubre e affacciate su un grande lago più spazioso dell’antico, essi sentono che li attende un avvenire migliore di quello cui potevano aspirare i loro padri”.

In ottica turistica, i nuovi abitati acquistano ulteriore valore per essere promossi come centri turistici internazionali, sfruttandone la posizione al confine fra Italia, Austria e Svizzera e la zona di grande interesse dal punto di vista paesaggistico e naturalistico.
Una visione ottimistica e speranzosa, a conclusione di una storia fatta di luci e di ombre, che ha intrecciato diverse storie e ha segnato profondamente la piccola comunità stretta attorno ai paesi di Curon Venosta e di Resia.

Processione religiosa a Curon, 1958

Veduta del campanile sommerso di Curon Venosta
“E dei vecchi paesi che cosa vedranno ancora i turisti, speriamo sempre più numerosi, quassù?
Una cosa sola: un campanile romanico emergente dalle onde”

Veduta del campanile sommerso di Curon Venosta, 1957
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La vecchia Curon, da un reportage pubblicato sulle Vie d'Italia nel settembre 1951. Si notino le costruzioni in legno
Con il contributo diRegione Lombardia