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Davanti al mare. Spiagge italiane nelle fotografie del Touring Club Italiano

Il mare, nel corso del Novecento, è passato da limite geografico a fulcro della vita sociale italiana. Questo itinerario ripercorre tale trasformazione attraverso l’archivio fotografico del Touring Club Italiano: un’indagine sulla nascita di una pratica quotidiana, osservata nel lento passaggio dall’ordine aristocratico alla dimensione collettiva, fino alla normalizzazione dello sguardo balneare.

Veduta dal Lido dei Ciclopi, ca. 1950

Nel corso del Novecento il mare diventa uno dei luoghi centrali della vita italiana. Nascono le vacanze e una nuova idea di turismo, cambiano le coste, ma cambia soprattutto il modo di stare davanti all’acqua. Le fotografie conservate dal Touring Club Italiano seguono questa trasformazione. Accanto alle immagini degli stabilimenti e delle architetture balneari compaiono lentamente corpi distesi, spiagge affollate, attese, passeggiate, pomeriggi immobili sotto il sole. Più che documentare il mare, queste fotografie registrano una nuova abitudine dello sguardo. Nel tempo la spiaggia diventa uno spazio ripetuto, familiare, quasi quotidiano. E proprio in questa ripetizione prende forma una delle immagini più persistenti dell’Italia del Novecento.

Dove comincia l’estate

Nelle fotografie dei primi decenni del Novecento il mare appare ancora distante. Le persone occupano uno spazio marginale rispetto agli alberghi, alle terrazze, agli stabilimenti che organizzano il paesaggio balneare. Anche quando la spiaggia è visibile, ciò che domina l’immagine è l’idea di un ordine: cabine allineate, passerelle, facciate, geometrie costruite per regolare il tempo libero. Il Lido di Venezia rappresenta bene questa fase iniziale: l’Excelsior, il Des Bains, così il Kursaal Pesaro, trasformano il mare in uno scenario elegante e controllato, pensato più per la permanenza che per l’immersione. Nelle fotografie, la spiaggia viene spesso osservata dall’alto o a distanza, come se il vero soggetto fosse ancora l’infrastruttura turistica e non il corpo dei bagnanti.

Con Ostia, tuttavia, il paesaggio inizia a mutare: pur restando organizzato, l’orizzonte si allarga e la spiaggia assume una dimensione più moderna, segnando il passaggio da una villeggiatura aristocratica a un mare che si prepara a diventare collettivo.

L'Excelsior Palace Hotel sul Lido di Venezia, ca.1930
Spiaggia verso l'Hotel des Bains, ca. 1900
Veduta dello Stabilimento Bagni del Lido di Venezia, ca. 1930

Restare al sole

Con il passare dei decenni, le persone si avvicinano progressivamente all’obiettivo. La spiaggia smette di essere soltanto un paesaggio ordinato e diventa uno spazio abitato, in cui il tempo rallenta.

Nelle immagini di località come Pesaro, Santa Margherita, Cavi di Lavagna o Viareggio, il mare resta spesso sullo sfondo: in primo piano compaiono corpi fermi, sedie a sdraio,  momenti di conversazione e bagni nell’acqua. Le fotografie registrano la durata, la ripetizione delle posture e la nascita di piccole comunità temporanee sulla sabbia. Anche il metodo fotografico muta: le figure non posano più come nei primi decenni del secolo, sembrando piuttosto sorprese dentro una normalità ormai acquisita. Lo spazio balneare si fa meno cerimoniale e più domestico; le persone iniziano a guardarsi tra loro, anziché guardare il mare.

Tutti davanti all’acqua

Nel secondo dopoguerra la spiaggia italiana cambia scala. Gli ombrelloni occupano il litorale con una regolarità quasi urbana; i lungomari si riempiono e le distanze interpersonali si riducono. Le fotografie documentano un paesaggio costruito dalla ripetizione: file, densità, corpi esposti al sole.

In Liguria, in Sicilia o in Sardegna, il mare cessa di essere un fondale lontano per farsi presenza continua che struttura la vita collettiva. La spiaggia non è più un luogo eccezionale, ma un’abitudine nazionale. Anche località diverse finiscono per assomigliarsi nei gesti e nell’occupazione ordinata della sabbia. Nella spiaggia libera di Rapallo questa trasformazione raggiunge il limite: la profondità del paesaggio si comprime e le figure diventano centrali, registrando un flusso continuo di presenze davanti all’acqua.

Dove il mare è più grande

In contrasto con la densità delle spiagge urbane, alcune immagini tornano ad aprire lo spazio. Le figure si fanno più minute, le distanze aumentano e il paesaggio riprende il controllo della scena.

A Cala Gonone, Mazzarò o lungo le coste vicino a Crotone, il mare appare meno addomesticato. Le rocce interrompono la continuità delle spiagge attrezzate, la linea della costa torna irregolare e la presenza umana sembra temporanea. Anche dove compaiono stabilimenti, essi restano immersi in un contesto più ampio che li sovrasta. Nel Lido dei Ciclopi, la verticalità degli scogli modifica il rapporto con l’acqua. Dopo decenni di superfici orizzontali, il Mediterraneo torna a mostrarsi come un paesaggio fisico, non soltanto turistico, lasciando spazio al vuoto.

Prima che finisca il giorno

Nelle ultime fotografie il mare ha perso ogni eccezionalità. Non si cercano più prospettive monumentali o grandi alberghi per rappresentare una località; restano spiagge ordinarie, attraversate da presenze anonime e gesti ripetuti. A Pesaro, Albenga, Manfredonia o Avola, le immagini sembrano scattate senza la ricerca del “momento decisivo”. È proprio questa mancanza di enfasi a renderle rilevanti: la fotografia non cerca più di dimostrare la bellezza del mare italiano, ma registra il fatto che stare in spiaggia sia diventato normale. Anche Taormina perde la sua dimensione iconica, rientrando in una continuità visiva fatta di lidi, orizzonti chiari e corpi dispersi. Alla fine del percorso, il mare non coincide più con un luogo preciso, ma con una pratica quotidiana dello sguardo

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L'Excelsior Palace Hotel sul Lido di Venezia, ca.1930
Con il contributo diRegione Lombardia