Una selezione di fotografie che racconta la Lombardia attraverso il cibo, inteso come chiave di lettura del paesaggio e delle comunità che lo abitano: non solo nutrimento, ma memoria, identità e progetto per il futuro.

Alla scoperta dell’Oirotia – estrema propaggine dell’URSS al confine con Mongolia, Cina e Kazakistan – con un reportage di viaggio pubblicato sulle Vie del Mondo nel novembre del 1950

Un reportage per raccontare gli Oiroti, una popolazione sconosciuta dei Monti Altai
Nel novembre del 1950, sulla rivista “Le Vie del Mondo” compare un lungo reportage dal titolo “Il Paese degli Oiroti”, a firma di Max Wormstall e con fotografie di Kurt e Margot Lubinski.
Max Wormstall, tedesco, è collaboratore del TCI fra il 1924 al 1941 per il lavoro sull’Atlante Internazionale e collabora a riviste geografiche e giornali italiani, tedeschi, svizzeri e ungheresi.
Kurt Lubinski, tedesco, emigra dalla Germania nazista negli anni Trenta, per trasferirsi dal 1933 al 1943 in Olanda e quindi negli Stati Uniti.
Insieme alla moglie Margot viaggia per il mondo, realizzando reportage fotografici a forte impronta antropologica, come documentazione di popolazioni affascinanti e poco conosciute come potevano essere, appunto, gli Oiroti.
Un tipico villaggio oirota
La regione autonoma dell’Oirotia viene istituita nel 1922 nei Monti Altaj, estremo lembo dell’URSS al confine con Mongolia, Cina e Kazakistan. Una regione di montagne e altipiani dominati dalla steppa, con poche strade di collegamento, dove l’allevamento – soprattutto di cavalli – gioca un ruolo chiave per la sussistenza della popolazione.
Gli indigeni che la abitano, gli Oiroti, sono di origine turco-mongola e sono conosciuti anche come “Calmucchi di Montagna”. Dalla fine del Settecento intessono relazioni con i russi, in cui vedono una forma di protezione dalle truppe cinesi.
È l’inizio di una vera e propria colonizzazione e sovietizzazione della regione a opera dei russi, come ben documenta questo reportage del 1950. Nella foto, un villaggio tipico oirota: accanto alle yurte di forma conica anche abitazioni di altro stile architettonico, a indicare la presenza nel villaggio di coloni russi. Nella radura che si apre di fronte alle abitazioni, si vedono i luoghi di sacrificio.
Fra sovietizzazione e tradizione
Lubinski pone molta attenzione ai risvolti che il contatto con la popolazione russa ha sugli indigeni oiroti, soprattutto in termini di usanze e di costumi.
I ritratti che scatta indugiano sull’abbigliamento, come in questa fotografia: una donna oirota vestita in abiti tradizionali tiene in braccio il nipotino che indossa invece vestiti “all’europea”.
Da notare, però, la collanina al collo del bambino: le perle di vetro sono ritenute dagli oiroti una protezione contro il malocchio e contro gli spiriti maligni.
La modernità fa capolino anche in alcuni scatti che mostrano degli oiroti incuriositi da apparecchi tecnologici, come il telefono, la radio o una macchina fotografica – presumibilmente quella dello stesso Lubinski. Il codino presente nelle acconciature maschili viene sentito come l’ultimo retaggio di una tradizione legata agli avi. La modernità continua però a farsi strada, come la sigaretta che si sostituisce alla pipa.
Oiroti a lezione di anatomia
L’opera di propaganda svolta dai russi in Oirotia si traduce con l’arrivo non di missionari del verbo divino, ma di propagandisti marxisti, insegnanti e medici.
Nel capoluogo della regione è stata anche istituita una scuola di magistero, frequentata in prevalenza da russi ma anche da qualche oiroto locale.
Tracce di una cultura ancestrale, fra sciamanesimo e sacrifici
Il contatto con gli esterni – i russi che colonizzano la regione in primis – non comporta l’abbandono di un retaggio di credenze e riti ancestrali. Il villaggio oirota è guidato da uno sciamano, che protegge la comunità dall’influsso degli spiriti malvagi.
“Secondo le loro credenze”, si legge nel reportage, “il mondo visibile è popolato da un’infinità di spiriti buoni e spiriti maligni nonchè di demoni che sono ritenuti responsabili per ogni specie di sventura e di malattia, ma che possono essere placati per mezzo di sacrifici e di esorcismi”.
I sacrifici avvengono nel luogo di culto, solitamente un prato nelle vicinanze del villaggio o comunque un punto isolato, ben visibile da lontano. L’animale prediletto per i sacrifici è un giovane cavallo, che lo sciamano strangola con una corda intrecciata ai crini della criniera.
Dal corpo scorticato della bestia si prepara poi l’agape, per tutta la comunità, e un brodo da offrire in libazione agli dei.
Nella cultura oirota, lo sciamano possiede una conoscenza segreta che viene tramandata di padre in figlio, sulle qualità curative di molte erbe e piante per guarire da molte malattie.
Il tamburello che lo sciamano spesso utilizza serve ad attirare l’attenzione degli spiriti buoni e a mettere in fuga gli spiriti maligni. Le molte strisce e corde intrecciate sono essenziali in ogni esorcismo sciamano.
Essere uno sciamano è molto remunerativo: le ricchezze accumulate con l’esercizio della professione vengono accumulate dentro casse corazzate di lamiera. Il medium fra gli abitanti del villaggio e gli dei che reggono dall’alto le sorti del mondo è la figura più autorevole del villaggio, il custode ultimo di una tradizione che sempre più viene sollecitata al cambiamento e all’apertura al nuovo.
Una selezione di fotografie che racconta la Lombardia attraverso il cibo, inteso come chiave di lettura del paesaggio e delle comunità che lo abitano: non solo nutrimento, ma memoria, identità e progetto per il futuro.

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