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Ripartenze

Storie connesse o slegate fra loro nel tempo, ma intrecciate tutte da un comun denominatore: la volontà di ripartire dopo un momento di crisi e la capacità di incidere positivamente sulla storia.

Il Villaggio Alpino del Touring Club Italiano: nel 1919 un rifugio di speranza
Nel 1919, in un’Italia che sconta ancora pesantemente il lascito della prima guerra mondiale, una storia di accoglienza e speranza nasceva in seno al Touring Club Italiano. Chiusi, infatti, i conti del Consorzio per i doni ai Combattenti – iniziativa che in tempo di guerra era stata dedicata dall’associazione ai soldati impegnati in guerra – ci si accorge che avanzava una somma di 74.000 Lire.
L’idea è subito quella di investire quanto rimasto per una nuova iniziativa, con lo scopo di poter fornire un aiuto concreto anche in un periodo delicato e ancora molto cupo come il dopoguerra, con le conseguenze devastanti che bombardamenti e combattimenti avevano lasciato. Sorge in questo modo, grazie anche ad un’ulteriore cifra raccolta grazie ad una raccolta fondi indetta immediatamente, il Villaggio Alpino del Touring Club Italiano, al cui percorso tematico rimandiamo per scoprirne nel dettaglio la storia.
Una colonia appena fuori Milano, in una zona alpina, per accogliere ogni anno una ventina di organi di guerra, per dare loro la possibilità di rimettersi in forze e di riacquistare un po’ di vigore.
Dal 17 luglio 1921 il Villaggio Alpino, costruito in velocità con l’entusiasmo e l’energia di tanti soci e benefattori che colgono lo spirito dell’iniziativa e si uniscono al progetto, è pronto per accogliere i suoi piccoli ospiti. Lo farà anche una volta terminata l’emergenza del dopo guerra, trasformandosi in colonia estiva e infine in rifugio per bambini rimasti sfollati dopo il terremoto del Friuli del 1976.

Un articolo del numero di settembre-ottobre 1919 della Rivista Mensile del TCI

Nuove strade per nuova vita che scorre
Nello stesso 1919, la notizia dell’apertura di nuove strade in zona di guerra è il segnale che “la ripresa della vita si fa sempre più vivace nei paesi devastati o, almeno, ingombrati e logorati dalla guerra. Tra i sintomi più consolanti notiamo il rinascere di linee automobilistiche o l’aprirsi di nuove: è il sangue che ricomincia a scorrere nelle arterie della regione veneta” – questa la zona cui si riferisce, nello specifico, l’articolo – ” e la vita si rifarà rigogliosa in quelle regioni tanto profondamente provate ma già così attive e prospere”.

"Nuove linee d'auto nell'ex zona di guerra", Vie d'Italia, aprile 1919

La tutela per il paesaggio e la natura, per evitare altre devastazioni oltre quelle prodotte dalla guerra
Nello stesso 1919, un articolo pubblicato nel numero di novembre delle Vie d’Italia porta attenzione al tema della tutela e salvaguardia del paesaggio naturalistico e delle specie in esso viventi, riproponendo con fermezza un’idea già espressa sulla rivista da Luigi Vittorio Bertarelli: la necessità di adoperarsi e cooperare per l’istituzione di Parchi Nazionali.
L’attenzione è puntata, nello specifico, sul Gran Paradiso e sul pericolo di estinzione dello stambecco, specie vivente in quel territorio, in mancanza di provvedimenti da adottare.
Un segnale forte e positivo di attenzione per il territorio, di volontà di rispettare la natura con i suoi ritmi e con le sue leggi, in un momento storico pur funestato da altre preoccupazioni e problemi.

"Per un Parco Nazionale in Val d'Aosta", Vie d'Italia, novembre 1919

Gli orti di guerra: la capacità di adattamento e di inventiva nelle circostanze più sfavorevoli
É con il termine di “orti di guerra” che un articolo, pubblicato nel luglio del 1942 sulle Vie d’Italia, descrive la progressiva sostituzione, in gran parte delle città italiane, di aiuole fiorite con aiuole coltivate con semi che possano restituire raccolti alla popolazione.
Grano, innanzitutto, moltissimo grano, che a Milano viene piantato sia in coltivazioni periferiche, ai margini della città e lungo le strade, che nei luoghi più iconici del centro, nelle aiuole del Castello Sforzesco come in Piazza della Scala.
Ma gli orti di guerra che crescono e si diffondono a Milano non ospitano solo il frutto di Cerere, ma anche altre specie di verdure, fonte preziosa di sostentamento in una città fortemente ferita da un nuovo conflitto mondiale che si combatte sopra il suo cielo.

Un orto di guerra in Piazza della Scala a Milano, foto Bruno Stefani, pubblicata nell'articolo "La campagna in città", Vie d'Italia, luglio 1942

Ricostruzioni – l’Italia del secondo dopoguerra
Al termine del secondo conflitto mondiale, una nuova fase di ripartenza caratterizza l’Italia, con un nuovo bagaglio di storie che dimostrano coraggio e resilienza per riuscire a riemergere dalle macerie della guerra. Subito nel maggio del 1946 – pochi mesi dopo la ripresa della pubblicazione delle Vie d’Italia che si era interrotta nel 1943 a causa della guerra – un articolo intitolato “Cassino risorge” descrive il lento rinascere della città dopo la distruzione causata dalla guerra.

Anche in campo economico e culturale, il 1946 registra segnali di ripartenza incoraggianti. Un articolo pubblicato nel numero di maggio descrive, con slancio e partecipazione, il “miracolo” della ripartenza delle ciminiere a Piombino, rimaste tutte quasi completamente distrutte dopo i bombardamenti del 10 e del 18 gennaio 1944.

A Roma, il Museo delle Terme di Diocleziano riprende ad accogliere i visitatori, dando un segnale forte di ripresa dopo una chiusura durata 6 anni, avendo il Museo chiuso i battenti all’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940.
Seguiranno, negli anni successivi, ulteriori riaperture di luoghi della cultura e musei, anche se ancora nel 1949 un’inchiesta pubblicata sulla rivista del Touring denuncia come molti musei stiano ancora recuperando le forze e riparando i danni, in attesa di poter riaccogliere il pubblico.

"Cassino risorge", Vie d'Italia, maggio 1946
"A Piombino tornano a fumare le ciminiere", Vie d'Italia, maggio 1946
"Si riapre il Museo delle Terme", Vie d'Italia, giugno 1946
"Per la riapertura dei nostri musei", Vie d'Italia, marzo 1949

Torneranno i prati: la rigenerazione forestale
Ma la ricostruzione del Paese non può lasciare indietro la natura, in particolar modo il manto forestale delle montagne italiane.
Un articolo dell’aprile del 1946 solleva con forza la questione. Un problema, evidenzia l’articolo, che non richiede soltanto la messa in campo di investimenti economici e di forza lavoro per provare a rimarginare le ferite sui crinali delle foreste distrutte dagli incendi causati dai bombardamenti. Prima che possano “tornare i prati”, occorreranno i tempi della natura – anche decenni. Una rigenerazione che non può essere, quindi, demandata e posticipata nel tempo, ma che entra a pieno titolo fra le storie di ripartenza che hanno caratterizzato l’Italia del dopoguerra.

"Problemi della rinascita. Restaurazione forestale", Vie d'Italia, aprile 1946

Ricostruzioni – una nuova storia
Nel 1951 un’altra storia racconta di una ripartenza.
Una ripartenza dolorosa, sentita dagli abitanti del luogo interessato come un’imposizione di un regime, quello fascista nel frattempo caduto, e come una cesura forzata con le proprie origini e con la propria Storia. Una ripartenza che ha molto della resa e della sconfitta, ma che pur segna una cesura forte con il passato e una necessità di reimpostare una direzione e di rimettersi in moto.
La storia è quella di Curon Venosta e della costruzione del lago artificiale – iniziata nel 1939 ma poi sospesa per via della guerra e ripresa nel 1949 – che unì i due laghi naturali preesistenti e sommerse in parte l’abitato di Resia e completamente quello di Curon.
Una storia di distruzione ma che, in un articolo pubblicato sulle Vie d’Italia nell’aprile del 1951, viene letta come una possibile nuova storia, con nuove potenzialità dei due abitati a livello turistico, vista la posizione privilegiata al confine fra Italia, Austria e Svizzera e la modernizzazione degli abitati, con migliorie nell’igiene delle abitazioni e nella salubrità degli ambienti.

"Due paesi ricostruiti in Alto Adige", Vie d'Italia, aprile 1951

La solidarietà come antidoto ai tempi incerti
A chiudere questo percorso che, in un momento di difficoltà e instabilità come quello che stiamo vivendo, vuole attingere alla Storia custodita in Archivio per trarne ancora una volta uno stimolo e una traccia, una storia di collaborazione volontaria e di grande unità.
Il 4 novembre del 1966 un’alluvione mette la città di Firenze in ginocchio, sott’acqua. Inestimabili i danni, massimo il pericolo per il patrimonio storico-artistico della città. Nasce in quell’occasione l’espressione “angeli del fango”, quando migliaia di giovani volontari, fra cui anche stranieri già residenti in Toscana e altri giunti appositamente, offrono le loro forze per portare aiuto alla città e per mettere in salvo, il più possibile, opere d’arte, documenti cartacei, volumi e libri e tutti manufatti culturali altrimenti destinati ad essere distrutti nel fango.
Un reportage pubblicato nel gennaio del 1967 sulle Vie d’Italia descrive dettagliatamente la situazione drammatica, chiudendo però con una nota speranzosa affidata alle parole di un artigiano di una bottega distrutta dall’acqua: “Io non ho più nemmeno una bulletta. Allora dico, ragazzi diamoci una mano e rifacciamo Firenze”.

Angeli del Fango al lavoro nel Refettorio di Santa Croce dopo l'alluvione di Firenze del 4 novembre 1966
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Un articolo del numero di settembre-ottobre 1919 della Rivista Mensile del TCI
Con il contributo diRegione Lombardia