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Tornare a scuola. Luoghi e modi del sapere

Dove si impara? A scuola, ma anche all’aperto, nei laboratori, nei luoghi del lavoro e dentro la comunità. Uno sguardo tra spazi ed esperienze diverse, per scoprire i molti modi in cui l’istruzione incontra la vita quotidiana.

Bambini in allenamento sott'acqua in una scuola di nuoto negli Stati Uniti, 1952

A settembre la scuola torna a far parte del paesaggio quotidiano. Si riaprono gli edifici, le strade si riempiono di studenti, ricominciano le lezioni e le attività che accompagnano l’anno scolastico. È un appuntamento che si ripete, ma il modo di andare a scuola, di imparare e persino di immaginare la scuola è cambiato nel tempo.

La storia dell’istruzione non riguarda soltanto programmi, maestri e materie di studio. Riguarda gli spazi nei quali si insegna, le distanze da percorrere per raggiungerli, le condizioni delle aule, il rapporto con il lavoro, con il corpo e con l’ambiente. Riguarda le possibilità offerte a chi rischiava di rimanere escluso dall’istruzione e il ruolo che la formazione delle nuove generazioni assume nella società.

Nel 1925, raccontando la lunga vicenda dell’istruzione italiana, Luigi Dami ripercorreva, nell’articolo La scuola italiana attraverso i secoli, pubblicato nel n. 5 di maggio 1925 de «Le Vie d’Italia», pp. 487–494, le trasformazioni dei saperi e delle istituzioni attraverso i secoli. La storia della scuola italiana si sviluppa attraverso forme, istituzioni e conoscenze che cambiano nel corso del tempo.

Da qui prende avvio un percorso che conduce dalla casa della scuola alla soglia dell’aula, dagli spazi tradizionali dell’insegnamento alle esperienze all’aperto, dalla formazione teorica all’apprendimento di un mestiere, fino alla dimensione sociale dell’istruzione. Un viaggio attraverso modi diversi di imparare, di stare insieme e di prepararsi alla vita adulta.

Lo spazio della scuola

Prima ancora della lezione, c’è un luogo. Perché la scuola possa raggiungere una comunità deve avere una sede, uno spazio riconoscibile e adeguato alle attività che vi si svolgono. La storia dell’istruzione passa quindi anche attraverso quella degli edifici destinati ad accoglierla.

In Italia, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la costruzione e l’organizzazione degli edifici scolastici diventano progressivamente una questione pubblica. Alle strutture adattate a usi precedenti si affiancano edifici progettati specificamente per l’insegnamento. Cambiano le dimensioni, le forme architettoniche, la distribuzione degli spazi e il rapporto con l’ambiente circostante.

La differenza può essere notevole: nel cuore di una città una scuola può inserirsi in un tessuto urbano antico e monumentale; in un centro agricolo può assumere la forma di un edificio più semplice, strettamente legato alle esigenze della comunità locale. Esistono scuole destinate alla formazione generale e istituti costruiti attorno a indirizzi specialistici, dove gli spazi devono accompagnare attività legate all’agricoltura, alla viticoltura o ad altri settori produttivi.

Come scriveva Luigi Parpagliolo nell’articolo La casa della scuola, pubblicato nel n. 9 di settembre 1934 de «Le Vie d’Italia», pp. 641–656, la questione della scuola riguardava anche la qualità degli edifici destinati all’istruzione, le loro condizioni e la necessità di intervenire là dove le strutture risultavano ancora insufficienti o inadeguate.

La scuola si distribuisce così nel territorio e assume forme diverse a seconda dei luoghi e delle funzioni. Anche nei contesti più isolati, la presenza di un edificio scolastico può modificare il paesaggio e diventare un punto di riferimento per la comunità. Il villaggio alpino del Touring Club Italiano rappresenta, in questo senso, un’esperienza nella quale istruzione, vita collettiva e ambiente vengono riuniti in un unico progetto.

La casa della scuola non è dunque soltanto il luogo della lezione. È il primo segno della presenza dell’istruzione nello spazio quotidiano: un edificio attraverso il quale una comunità riconosce all’apprendimento un luogo e una funzione.

Una scuola nella Palude Pontina, 1920
Veduta della scuola di agricoltura di Voghera, 1920
La scuola del villaggio alpino del Touring Club Italiano, 1921
Veduta del palazzo della Regia Scuola Enologica di Conegliano, 1930
Milano: piazza dei Mercanti con la Loggia degli Osii e il palazzo delle Scuole Palatine, 1950

Dalla soglia all’aula

Avere una scuola significa anche poterla raggiungere. Per molti bambini il percorso verso l’istruzione non è stato scontato: la distanza, le condizioni economiche della famiglia, l’organizzazione del territorio e la disponibilità stessa di un insegnante potevano determinare la possibilità di frequentare oppure di rimanere esclusi.

Il problema emerge con particolare evidenza nelle campagne e nei piccoli centri, dove la scuola può essere costituita da un unico ambiente e accogliere bambini di età diverse. L’arrivo degli alunni, la presenza dell’insegnante, la disposizione dei banchi e la successione delle lezioni definiscono uno spazio nel quale devono convivere livelli differenti di apprendimento.

La lotta contro l’analfabetismo porta l’insegnamento anche in luoghi nei quali la scuola non aveva una presenza consolidata. L’istruzione primaria assume così una funzione che va oltre la trasmissione delle nozioni fondamentali: leggere, scrivere e far di conto significano acquisire strumenti indispensabili per partecipare alla vita sociale.

Una volta iniziata, la lezione organizza un tempo e uno spazio propri. Il maestro trasmette conoscenze, corregge, interroga; gli alunni imparano a condividere un ambiente e a seguire regole comuni. L’aula può essere semplice, ma ciò che vi accade mette in relazione persone, conoscenze e generazioni.

Anche lontano dall’Italia, l’esperienza scolastica assume forme differenti. Nella scuola di Ulala, nell’allora territorio sovietico degli Oiroti, l’insegnamento secondario si articola attraverso discipline specialistiche, fino allo studio dell’anatomia: un’organizzazione del sapere molto lontana dalla dimensione della scuola elementare rurale.

Dalla soglia all’aula si compie dunque un passaggio decisivo: quello dall’accesso all’istruzione alla concreta esperienza dell’apprendimento. È qui che la scuola prende forma ogni giorno, attraverso il rapporto fra chi insegna e chi impara.

Lotta contro l'analfabetismo. Esterno di una scuola rurale a Capistrano, 1950
Lotta contro l’analfabetismo. La maestra Olga Natale davanti alla scuola di Cimino, mentre i suoi alunni giungono per una lezione, 1950
Lotta contro l'analfabetismo. La maestra Olga Natale con i suoi alunni durante una lezione nella scuola rurale di Cimino, 1950
Interno di una scuola ad Ulala, 1950

Oltre la classe

L’idea di scuola non coincide necessariamente con quella di una stanza chiusa. Nel primo Novecento si sviluppano esperienze che mettono in discussione la separazione rigida tra istruzione e ambiente e attribuiscono un ruolo più importante all’aria, alla luce, al movimento e alle condizioni fisiche degli alunni.

Come scriveva Ambrogio Mori nell’articolo Scuole all’aperto, pubblicato nel n. 5 di maggio 1910 de «Le Vie d’Italia», le scuole all’aperto nascevano anche dall’attenzione alle condizioni di salute dei bambini e alla prevenzione delle malattie, in particolare della tubercolosi. L’insegnamento poteva quindi essere organizzato in rapporto a parchi, boschi e spazi aperti, modificando non soltanto il luogo della lezione, ma anche il modo di articolare la giornata scolastica.

L’ambiente entra così nell’esperienza educativa. Alla lezione possono affiancarsi il riposo, l’esercizio fisico e il gioco; il corpo non rimane estraneo alla formazione, ma ne diventa una componente. È una concezione che amplia ciò che può essere considerato esperienza scolastica.

Anche il patrimonio storico può diventare parte della lezione. Studiare la storia davanti alla Basilica di Aquileia significa mettere in rapporto il sapere con una testimonianza materiale del passato, stabilendo un legame diretto fra ciò che si apprende e il luogo nel quale una parte di quella storia si è svolta.

Lo stesso vale per l’attività fisica. Il nuoto, l’allenamento e lo sport introducono nella formazione dimensioni legate alla disciplina del corpo, alla collaborazione e al rispetto delle regole. La partita giocata nel cortile di un collegio appartiene alla vita scolastica quanto le ore trascorse sui libri.

Oltrepassare le pareti dell’aula significa quindi ampliare l’esperienza dell’apprendimento: verso l’ambiente naturale, verso il patrimonio, verso il movimento e verso la relazione con gli altri. La scuola può essere un luogo delimitato, ma l’educazione non si esaurisce necessariamente entro le sue mura.

Lezione di storia alla Basilica di Aquileia, 1920
Villaggio Alpino: la scuola della colonia invernale, 1930
Scuola all'aperto in un kolchoz a Kharkiv, 1939
Bambini in allenamento sott'acqua in una scuola di nuoto negli Stati Uniti, 1952
Partita a basket nel cortile del Collegio Romano a Roma, 1958

Imparare un mestiere

L’istruzione non conduce soltanto ai libri e agli studi teorici. Tra Otto e Novecento acquistano sempre maggiore importanza le forme di formazione che mettono in relazione conoscenze e lavoro, soprattutto nei settori nei quali la preparazione tecnica può incidere direttamente sulle possibilità professionali.

Nelle scuole professionali il sapere passa attraverso la pratica. Si impara osservando, esercitandosi, ripetendo un gesto fino a renderlo preciso. La bottega e il laboratorio entrano così nella dimensione scolastica, mentre mestieri tradizionali e nuove competenze tecniche vengono organizzati in percorsi di formazione.

La lavorazione del legno e del vimini conserva il rapporto con una tradizione artigiana, ma l’insegnamento introduce metodi e strumenti che consentono di trasmettere sistematicamente quelle competenze. Altrove la formazione si confronta direttamente con l’industria: nel cantiere navale si misura con un ambiente produttivo complesso, mentre l’agricoltura e la viticoltura richiedono conoscenze specialistiche legate ai cicli della terra e alle tecniche di coltivazione.

La formazione può spingersi anche verso ambiti che, all’inizio del Novecento, rappresentano una frontiera della modernità. Il volo veleggiato richiede preparazione tecnica, disciplina e conoscenza del mezzo, trasformando una pratica ancora nuova in un campo di apprendimento organizzato.

In queste esperienze il sapere non rimane separato dal fare. Si apprendono strumenti, materiali e tecniche, ma anche procedure, precisione e capacità di lavorare secondo metodi condivisi. La formazione professionale lega così l’apprendimento a competenze destinate a trovare applicazione nei diversi ambiti del lavoro.

Questa pluralità di percorsi mostra che l’istruzione non segue un’unica strada. Accanto agli studi destinati alla prosecuzione scolastica si sviluppano forme di formazione rivolte ai mestieri, alle attività produttive e alle nuove competenze tecniche. La scuola non trasmette quindi soltanto conoscenze: contribuisce anche a definire i diversi modi attraverso i quali una generazione entra nel mondo del lavoro.

Regia Scuola Professionale di intaglio di Selva di Val Gardena, 1920
Gli allievi del corso per la lavorazione del vimini a Fontigo di Sernaglia, 1931
Alunni alla vendemmia in una scuola vitivinicola a Mendoza in Argentina, 1930
Cantiere navale di Trieste: scuola officina del dopolavoro, 1940
Gli allievi della Scuola Nazionale di Volo Veleggiato di Asiago, 1940

Scuola, comunità, futuro

La scuola non forma soltanto individui: costruisce relazioni e contribuisce a definire il posto che ciascuno potrà occupare nella società. Per questo la sua storia si intreccia con quella delle comunità, con le trasformazioni economiche e sociali e con le aspettative rivolte alle generazioni più giovani.

La funzione sociale dell’istruzione appare con particolare evidenza quando la scuola viene destinata a chi ha perso la famiglia o vive in condizioni di particolare difficoltà. Una struttura pensata per gli orfani di guerra associa alla formazione anche l’apprendimento di competenze utili alla vita adulta. L’istruzione assume allora una funzione di protezione, inserimento e costruzione dell’autonomia.

Con l’ampliarsi dell’accesso agli studi, crescono anche i livelli e gli indirizzi della formazione. Le scuole superiori e le università organizzano percorsi sempre più articolati: da una parte gli studi scientifici e teorici, dall’altra la preparazione professionale e industriale. Le diverse forme dell’istruzione rispondono a esigenze differenti e delineano percorsi sempre più diversificati per le nuove generazioni.

Nei corridoi di un’istituzione universitaria, nelle aule di un liceo o negli spazi di un istituto professionale si incontrano generazioni chiamate a misurarsi con un mondo che cambia. La scuola è anche il luogo nel quale prendono forma aspirazioni e possibilità diverse.

Ma il ritorno a scuola non è soltanto l’inizio di un percorso. È anche un gesto quotidiano, ripetuto da milioni di bambini e ragazzi, che attraversano strade e quartieri per raggiungere la propria classe e poi tornare a casa. Il rientro da scuola di un gruppo di bambini a New York riporta così l’esperienza educativa dentro la normalità della vita urbana.

Dopo gli edifici, le aule, gli spazi aperti, il lavoro e gli studi, resta dunque la dimensione più semplice e insieme più universale della scuola: il tempo condiviso della crescita. Ogni settembre questa esperienza ricomincia, ma porta con sé una storia molto più lunga di quella che si apre con il primo giorno di lezione.

La Latteria Modello, scuola per orfani di guerra a Sedico, 1930
Un corridoio della Scuola Normale Superiore di Pisa, 1958
ingresso al liceo scientifico di colleferro, 1965 1968
L'Istituto Professionale Industriale di Colleferro, 1970
Un gruppo di bambini cinesi di rientro da scuola a New York, 1963
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Gita sul Ciane, 1924
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Turisti e passanti in piazza Duomo a Milano, 1950
Una scuola nella Palude Pontina, 1920
Con il contributo diRegione Lombardia